Progetto Calamita

Il progetto nasce dal riscontro di un problema che abbiamo rilevato: che nel lungo periodo, si venga a perdere la cultura della solidarietà diretta, cioè quella che chiede di impegnarsi in prima persona, mettendo in gioco sé stessi. Questa è a nostro avviso una grande perdita sociale, perchè rischia di rendere sempre più difficoltoso il processo di integrazione. I soggetti più esposti a questa problematica sono quelli delle nuove generazioni. Per questo motivo il presente progetto si rivolge ai giovani normodotati  con un’età compresa tra i 16 e i 25 anni. È a loro che deve essere rivolta l’attenzione in termini di emergenza educativa. Va infine sottolineato che educare alla cultura della prossimità significa principalmente stimolare lo sviluppo di competenze e abilità (skills) utili per la gestione dell’emotività e delle relazioni sociali, di cui i giovani delle nuove generazioni sembrano carenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di “Skills for Life” indicando quelle competenze e abilità fondamentali per mettersi in relazione con gli altri e per affrontare i problemi, le pressioni e gli stress della vita quotidiana.
L’obiettivo generale (finalità) consiste, pertanto, nel promuovere, nei giovani, abilità psicosociali e affettive (skills for life) con l’idea che queste siano la base della costruzione di una società capace di aderire a processi d’integrazione.
Per far sì che il giovane attraverso l’esperienza di volontariato con le persone disabili si accosti ad almeno qualcuna di queste skills riteniamo importante:
1. che sia chiamato a fare un’esperienza diretta e personale di volontariato con le persone disabili (cioè si metta in gioco in prima persona).
2. che sia accompagnato in un percorso di rielaborazione della sua esperienza, cioè che il servizio non sia ridotto solo ad un fare, ma nell’ottica dell’incontro sia anche un’occasione per riflettere su di sé.

A sua volta il punto uno necessita dell’individuazioni di proposte specifiche per far sì che il giovane si avvicini spontaneamente alla realtà del disabile (esperienza solitamente molto lontana da quella del giovane). È necessario, cioè, creare molteplici e differenti “porte d’accesso” all’esperienza per ampliare la possibilità di intercettare i giovani.
Il punto due, invece, necessita della costruzione di un accordo (contratto) tra il toutor che si occupa della rielaborazione dell’esperienza e il giovane, al fine di definire il setting e sollecitare nel giovane stesso l’assunzione di responsabilità rispetto al suo percorso educativo. Il giovane deve essere pertanto consapevole di essere esso stesso inserito in un percorso formativo.